Le donne, il selvatico e l’incolto.

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Le donne, il selvatico e l’incolto.

Nella mia ignoranza “sulle cose contadine” c’erano le erbe spontanee, mondo totalmente sconosciuto. Volendo aver a che fare con la terra ed essendo pure vegetariana questa carenza andava colmata. Ho provato con gli zii ma è stato inutile, loro raccolgono solo cicoria e le altre non le conoscono e io non volevo rischiare di fare la fine Christopher McCandless in “Into the wild” tentando di fare l’autodidatta.

Vengo  a conoscenza di un corso organizzato dalle Regione Marche in collaborazione con l’Accademia delle erbe spontanee. Tante donne tra le allieve e anche tra i docenti. Nella parte teorica vengono affrontati argomenti molto interessanti legati non solo alla botanica della pianta ma anche a come è cambiata, sviluppata, sfruttata e depauperata l’agricoltura nella nostra regione. La lezione di Economia, agricoltura e ambiente, a cura della professoressa Olimpia Gobbi è stata illuminante per capire meglio la mia terra.

Ruolo fondamentale nel cambiamento dell’agricoltura marchigiana è stato l’avvento della mezzadria. “L’agricoltura mezzadrile si afferma sul territorio dalla seconda metà del XVI secolo, trasformando di fatto  ogni podere in un perfetto microcosmo costruito dall’uomo. I rapporti economici tra mezzadro e padrone sono scritti nel ‘Patto colonico’ che stabilisce la suddivisione dei beni prodotti dalla terra, tra mezzadro e contadino. Esistevano tre fasce di prodotti:

1-      quelli soggetti a divisione: questa fascia riguardava le grandi produzioni -  di competenza prettamente maschile -  e si trattava soprattutto di cereali, uva e mostro, bestiame, formaggio, una parte dei quali andavano al padrone e l’altra rimaneva al contadino;

2-      quelli soggetti a ‘regalie’: il contadino regalava al padrone una parte del ricavato della gestione dell’aia, quindi uova e animali da cortile;

3-      quelli ‘franchi’: prodotti  di raccolta e di recupero e in primis le erbe spontanee”. (Economia, agricoltura e ambiente Olimpia Gobbi)

Gli ultimi due punti, strategici quanto e forse ancor di più del primo, erano totalmente in mano alle donne. Erano infatti loro quelle che gestivano gli animali da cortile, quelle che si occupavano della raccolta delle uova, della produzione dei saponi, della raccolta e lavorazione delle erbe spontanee. Poi le donne portavano al mercato l’esubero di questi prodotti, concordando un valore economico e vendendo il tutto con pagamento in moneta o baratto. Ad un certo punto quindi, il ruolo delle donne diventa fondamentale per la nascita degli scambi, le donne non erano soltanto coloro che badavano alla casa e ai figli ma erano anche coloro che prendevano tutti i prodotti franchi e le regalie e li trasformavano in moneta o merce di scambio creando, nel XVI secolo, quello che oggi chiamiamo microcredito femminile.  Le contadine marchigiane erano anche delle grandi tessitrici e gestivano l’intero processo, dalla produzione della lana al prodotto finito.

E’ stato bello scoprire che nel 1600 il commercio contadino era in mano a noi donne, che siamo state capaci di trasformare il lavoro quotidiano della casalinga in qualcosa che produce reddito. Non è così scontato, se lo paragoniamo soprattutto a come oggi viene inteso il lavoro di casalinga che tutto è tranne riconosciuto.

La mezzadria però ha anche avuto un grave demerito, infatti con essa di fatto è iniziato quel terribile processo di “controllo” della natura” per il quale non sono più le colture che si adattano ai profili naturali del territorio ma è il territorio a venire piegato alla scelta dell’uomo di cosa e come coltivare: il selvatico e l’incolto vanno piegati.

Sento che le cose stanno cambiando e la presenza di molte donne che stanno scegliendo l’agricoltura come scelta di vita mi tranquillizza. So che esistono realtà come gli orti sinergici o la permacultura che vanno verso l’idea di un’agricoltura – sicuramente vincente soprattutto in questo momento di crisi -  che vuole far conoscere l’importanza della biodiversità, della natura nel suo complesso, che promuove l’idea che le piante non vanno bruciate con il diserbante ma fatte vivere nel loro contesto,  osservandole e conoscendole. Perché il selvatico e l’incolto non vanno piegati, vanno conosciuti e rispettati e loro non mancheranno di ringraziarci per questo. E questa è una sensibilità tutta al femminile!

Grazie a Mario Giacomelli per la foto delle contadine

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