Peccato che non ho pianto al matrimonio di mia sorella

18
mag
Peccato che non ho pianto al matrimonio di mia sorella

Esistono alcune leggi fondamentali che regolano la partecipazione a un matrimonio, soprattutto se a sposarsi è tua sorella.
Le settimane prima – anzi le sere delle settimane prima, quando esci da lavoro distrutta e con la bici rischi la vita perché devi raggiungere i negozi prima delle 19.30 – le passi a cercare il vestito: elegante, ma non troppo sennò sembri un uovo di Pasqua scaduto; adatto a te, ma nemmeno il chiodo di pelle; chiaro, perché il nero va bene al limite per la sera, ma non troppo, perché il bianco e le sue varianti sono prerogativa della fortunata; accessibile, ma manco Zara perché in fin dei conti si sposa pur sempre tua sorella.
E poi le scarpe, gli accessori, l’estetista, i messaggi al tuo parrucchiere del paese dove sei nata, perché mica ti fai mettere le mani nei capelli da un parrucchiere della città dove vivi da 19 anni.

Altre regole disciplinano i giorni a ridosso: niente panico, anche sai perfettamente che dimenticherai le 1233 cose da incastrare e, soprattutto, fai finta che non sia rivolta a te la domanda della tua sterminata famiglia:  “Ma quando festeggeremo il tuo matrimonio”?

E così, corazzata e concentrata, arrivi al giorno fatidico: levataccia, trucco, pasticcini, confetti e chiesa. Questo l’ultimo step in attesa del momento più bello, il ristorante (perché a me mangiare, ballare e chiacchierare con chiunque mi piace troppo); sai che deve passare e se ti concentri sulle prossime vacanze che farai mentre il prete parla, è piuttosto indolore.

Ma stavolta non è andata così. Proprio mentre stavo in chiesa, mi giro distrattamente (faceva freddo e il mio tubino rigorosamente Zara non riusciva a tutelare la mia cervicale, dovevo muovere il collo) e vedo la fila dietro di me visibilmente commossa.

Immediato si leva il pensiero: perché mai solo io non ho gli occhi lucidi?
Subito si insinua la relativa paranoia: non è che sono diventata una disillusa anaffettiva?

Allora, per essere chiara, questo tema mi sta molto a cuore: è quasi la mia battaglia personale.
Perché se è vero che sono ironica, che mi piace quella stupenda attività che a Roma (solo a Roma? boh…) si chiama cazzeggio, che tendo a non prendermi troppo sul serio, ho sempre cercato di tenermi alla larga da  disillusione  e aridità.

Proprio non ce la faccio a sopportare discorsi del tipo: vabbè ma che ti aspetti dalle persone?  Tanti i rapporti sono tutti uguali, si sta insieme per non sentirsi soli. Le farfalle nello stomaco, le sentono solo gli  adolescenti. L’amore è anche sapersi sopportare. Se cerchi un uomo senza troppe pretese nella vita, il tuo rapporto durerà di più.

No, non fanno per me. Anzi, al contrario, di solito mi lancio anche quando le premesse non esistono; persevero pur consapevole che il lancio si sta trasformando in schianto e sono irrimediabilmente attratta da persone con l’ambizione di vivere la vita che vogliono.

Pertanto, è evidente, che le emozioni hanno un posto centrale nella mia vita. Eppure non mi sono commossa al matrimonio di mia sorella. Forse anche io sto iniziando a considerare le emozioni accessori temporali di determinati fasi della vita?

Certo non è che la singolaggine prolungata sia proprio il toccasana contro l’aridità (ma del resto, nemmeno prendere la metro A la mattina aiuta a farti amare il prossimo).

Alla lunga, la centralità delle emozioni cede difronte a giornate unidirezionali, che vanno da te verso te: la spesa per una persona, la cena da sola, la rosetta invece della pagnotta (sennò si spreca e a me il pane congelato mi fa schifo), l’altra metà del letto intatta, la lavatrice a mezzo lavaggio, le vacanze in solitaria.

All’inizio non dare conto di quello che ti passa per la testa, fare solo ciò che ti va, tornare a flirtare, è molto divertente e liberatorio.

Poi però, quando sei costretta a usare il trapano (perché io prima di essere single non ho mai appeso uno specchio e devo dire che trovo le cose di casa veramente noiose), quando sei felice per qualcosa e non hai nessuno a cui raccontarla, quando stai per ribaltare la tua vita e non ti basta la frase dell’amica “se è quello che credi, fallo”, allora ti rendi conto che essere single significa anche e soprattutto non essere la priorità per nessuno.

Ma noi esseri umani siamo dei veri problem solving: se non puoi avere emozioni, allora ridimensionale, di’ a te stessa che sono un’illusione o non hanno peso, che da soli si sta meglio, che la felicità non esiste…

Peccato che io non riesco a pensarla così.
Peccato che non voglio vivere senza emozioni.
Peccato che non ho pianto al matrimonio di mia sorella.

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