Riscopriamo i colori!

30
ott
Riscopriamo i colori!

“Riscopriamo i colori” è il nome del progetto, presentato dal comune in cui vivo e accolto dal Ministero dell’Interno, finalizzato all’accoglienza di richiedenti e di titolari di protezione internazionale ed umanitaria, grazie al quale, ad oggi, ben 29 persone tra richiedenti asilo e rifugiati hanno trovato una sistemazione decorosa, il primo passo per poter finalmente  ricostruire la propria vita da uomini liberi.

Iniziativa lodevole per un piccolo comune, tenuto conto che in tempi di magra per gli enti locali, costretti ad adeguare l’offerta di servizi alle attuali disponibilità di fondi, ridotte dal taglio dei trasferimenti dal centro, essere compartecipe al finanziamento dell’iniziativa, seppure in minima parte, ha un suo peso dal punto di vista strettamente economico.

Non molte, però, le informazioni che è stato possibile reperire a proposito, perché, nonostante il progetto sia partito già nel maggio scorso, a livello istituzionale poco si è fatto affinché i cittadini fossero sufficientemente informati al fine di partecipare attivamente  alla fase di accoglienza, prima, e al processo di integrazione, poi. Dopotutto nell’unico documento cui possa riconoscersi una sorta di ufficialità, vale a dire una comunicazione dell’allora sindaco  pubblicata sul sito istituzionale,  mentre al Comune inteso quale organo apparato viene attribuita la “paternità” del progetto, l’attuazione dello stesso è chiaramente affidata alla comunità, ossia alla cittadinanza tutta, a cui implicitamente ci si riferisce allorché la si esorta ad accogliere gli ospiti con la stessa “grande disponibilità, attenzione e solidarietà verso le persone in difficoltà” già dimostrata in altre occasioni.

La scorsa settimana, a più di cinque mesi dall’arrivo dall’Eritrea dei primi sei ospiti, in occasione di un incontro pubblico promosso da un privato cittadino, approfittando della presenza della responsabile del progetto, si è cercato di capirci qualcosa. Ne è emerso che tra la campagna elettorale e il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova amministrazione comunale a cui si sono aggiunti gli immancabili intoppi burocratici, si sono accumulati ritardi, non solamente nella comunicazione dell’iniziativa, ma anche nell’avvio dei processi di alfabetizzazione e integrazione previsti. Di fronte a chi sembrava non condividerla, si è evidenziata soprattutto la ricaduta in termini economici della quota finanziata dal ministero sull’economia locale, senza richiamare, invece, la dovuta attenzione sui doveri di solidarietà o sull’importanza degli scambi interculturali, specie per le piccole realtà come la nostra  che spesso, per ragioni geografiche nonché a causa dell’esiguità numerica dei propri componenti, vivono una condizione di isolamento tale da rendere difficile significative esperienze simili. Così, se è vero che in tempi di globalizzazione l’interculturalità è l’unica strada percorribile in direzione della convivenza pacifica, condizione necessaria al benessere collettivo, perché non porre l’accento sulla grande opportunità che l’arrivo di queste persone ci offre? Perché non parlare della grande lezione di civiltà che da questa iniziativa può derivare?

Il tempo può provocare vuoti difficilmente colmabili allorché  lo si lasci trascorrere  restando fermi a guardare. Esiste sempre un momento giusto per agire. E se per una lezione che sia di italiano o di agronomia c’è sempre tempo, temo che, insidiatosi il tarlo della diffidenza o peggio subentrata l’indifferenza, chiaramente evidenti, specie negli ultimi giorni, in buona parte dei miei compaesani, quel processo di integrazione che tanto avrebbe arricchito la nostra piccola comunità sia ormai compromesso. Consapevole dell’importanza di aver assicurato a dei poveri disgraziati un tetto sulla testa e l’occasione per ricominciare a vivere, resta il mio rammarico per non aver potuto, o forse saputo, se non voluto, tutti insieme, cogliere l’occasione per poter “riscoprire i colori”.

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