“I GIRI DI POTERE”, uno spunto di riflessione

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“I GIRI DI POTERE”, uno spunto di riflessione

Il mio primo saggio del professor Zagrebelsky mi capitò quasi per caso, lo trovai così interessante che ne acquistai altri successivamente. Mi piace rileggerli perché ogni volta da essi non solo affiorano vecchie riflessioni ma spesso ne scaturiscono di nuove.

È di qualche mese fa la rilettura del capitolo sui nuovi giri di potere, tratto da “Contro la dittatura del presente”,  che l’autore prova a definire: “Il giro è esattamente ciò che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalle competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi e dalle carriere improbabili, che occupano posti difficilmente concepibili per loro, ci domandiamo: a che giro appartengono? Una delle grandi divisioni della nostra società è forse proprio questa. Tra chi ‘ha giro’ e chi non ce l’ha… Nei ‘giri’ ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi. Questo scambio ha bisogno di materia. Occorre disporre di risorse da distribuire come favori: per esempio, denaro facile e impieghi, carriere e promozioni, immunità e privilegi. Occorre, d’altra parte, qualcosa da offrire in restituzione: dal piccolo voto (il voto di ‘scambio’), all’organizzazione di centinaia o migliaia di voti che si controllano per ragioni di corporazione, di corruzione, di criminalità…”.

Senza una precisa ragione, allora, appuntai il pezzo sul mio computer. Avevo avuto la sensazione di leggere  parole scritte e riscritte, di sentire, mentre leggevo a voce alta, parole dette e ridette da non destare attenzione, da non suscitare più nessuna indignazione nonostante la pesante denuncia che esse rappresentavano, eppure  le avevo appuntate.

Rileggendole oggi, mi ritrovo a riflettere su quanto sia facile finire nel giro e quanto costi restarne fuori.

Torno indietro di qualche anno, era il 2009, per la prima volta accettavo di candidarmi alle comunali: molte le riserve su quella partecipazione che ancora  sostengo di aver accettato per senso del dovere, ma che forse celava un desiderio di protagonismo e un’inconscia attrazione per i giri di potere, per quanto possano considerarsi tali le cricche dei politici che da noi si avvicendano alla guida delle varie amministrazioni locali. Riserve che riguardavano alcuni compagni di avventura e soprattutto le future modalità di svolgimento della campagna elettorale. Riserve che avrei potuto cercare di sciogliere prima di imbarcarmi in quella penosa avventura, con la quasi certezza di dover rinunciare, ahimè, a partecipare attivamente all’imminente tornata elettorale, ma che non sciolsi preventivamente, rimandando la questione a viaggio iniziato. È spiacevole nutrire dubbi sulle reali intenzioni di persone con cui liberamente hai scelto di iniziare un percorso politico, ti senti all’improvviso più solo che mai e devi decidere come muoverti per ridurre al minimo i danni che ne possano derivare a te e agli altri. Approfittai del comizio di apertura della campagna elettorale per prendere la parola. Avevo chiesto di poter intervenire, nessuno si preoccupò di chiedermi cosa avrei detto e io preparai il mio discorso in completa solitudine la sera prima.

L’emozione e l’imbarazzo, traditi dal tremolio della mia voce,  nel parlare di fronte a tante persone non mi impedirono di imboccare la via d’uscita da quella situazione in cui mi stavo cacciando per puro egocentrismo e attratta dal fascino del potere. Da potenziale destinatario del voto che ogni spettatore presente in quella piazza avrebbe espresso di lì a qualche settimana, ne ricordai la segretezza, quella segretezza che serve a garantirne la libertà fino all’ultimo momento utile all’esercizio di esso. Perciò a gran voce, felice d’essere rinsavita, annunciai la rinuncia a perpetuare quella cattiva consuetudine, tipica delle nostre parti, di bussare alla porta dei miei compaesani chiedendo il voto in nome di un qualche vincolo di parentela o di una presunta amicizia, congelando nel momento in cui si riesce a estorcere la promessa del sì, la libertà di ognuno di poter cambiare idea nel lungo periodo che intercorre tra l’avvio dei comizi e il giorno del voto. Perché ciò che in questi piccoli paesi ancora sopravvive, fortunatamente (o sfortunatamente, nel caso specifico), è “la parola data”: la parola vale anche più di una firma.

Ancora oggi, a distanza di anni, mi si rimprovera quell’azzardo che mi costò tanto in termini di consensi. Io ho rinunciato subito a spiegare le mie ragioni, nessuno è mai riuscito a capire quanto per me sia stato importante in quel momento essere onesta con gli altri e prima ancora con me stessa. Qualcuno è convinto che se tornassi indietro non lo rifarei. Invece no, anzi, probabilmente oggi sarei ancora più diretta ed esplicita nel mio discorso: metterei in guardia i miei compagni dal creare “giri in cui ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi”, giri che si stringono sempre di più  perché sempre più affollati e pieni di mercanzia di scambio, giri che limitano la tua libertà perché nati dalla limitazione di quella altrui, giri che per loro stessa natura vanificano lo stesso significato dell’agire politico: il perseguimento dell’interesse collettivo sacrificato troppo spesso sull’altare degli interessi di parte.

Mi piace pensare che abbia scansato il giro rifiutando di contribuire a gettare le basi utili alla sua creazione, perché i giri di potere sono come un vortice che scansi fin quando ci sei fuori, ma una volta entrato non riesci più ad uscirne.

 

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