Un buon motivo, forse, per voler essere genitore

17
feb
Un buon motivo, forse, per voler essere genitore

Da settimane YouTube continua a ricordarmi che mi devo sbrigare ad avere un bambino… non riesco ad ascoltare un disco death metal senza dovermi sorbire trenta secondi di donne assennate dai capelli lunghi e morbidi che cercano di vendermi un test di gravidanza. Ho sempre la sensazione che una di loro potrebbe mettersi a battere il dito sull’orologio per ricordarmi che non dovrei sprecare i miei anni di massima fertilità scrivendo di socialismo su internet….

Ho appena finito di leggere “La gravidanza è usata per controllare il corpo delle donne” (qui l’articolo di Laurie Penny) e mi torna in mente l’ultimo libro che ho letto – “La comparsa” di Abraham Yehoshua.

Al centro del libro Nora, una musicista di poco più di 40 anni.
Nora è nata a Gerusalemme, dove ha vissuto fino al divorzio dal marito perché lei non voleva figli. Si è trasferita in Olanda, dove suona l’arpa, lasciando la sua famiglia, i genitori e il fratello Honi. Ora però il padre è morto, la madre è sola nel grande appartamento di famiglia in un quartiere ultra ortodosso di Gerusalemme.

Nora accetta la richiesta del fratello di rientrare in Israele per tre mesi, il tempo che la madre sperimenti la vita in una casa di riposo a Tel Aviv.  Così torna nella casa dove è cresciuta, ripercorrendo la sua vita e le sue scelte. Fa incontri inattesi, lavora come comparsa in alcuni film, addirittura partecipa alla messa in scena de “La Carmen” a Masada. Ed è in questa occasione che incontra il suo ex marito che, pur sposato e padre tre figli, ma non l’ha mai dimenticata e le pone pressanti interrogativi, il più pressante di tutto: perché una donna non vuole un figlio?

Intorno a questa domanda si articola un complesso lavoro psicologico e narrativo che vede Nora chiedersi se lei stessa è una “comparsa” nella sua vita. E se questo senso di incompiutezza sia dovuta alla scelta di non avere figli.

Nello scrivere il destino di Nora – che ritrova la capacità di generare con il ritorno inaspettato delle mestruazioni – mi sembra che Yehoshua identifichi il ruolo di donna con quello di madre.

Certo non sarebbe l’unico. Come scrive Laurie Penny “a quanto pare spetta esclusivamente alle donne controllare la loro sfera riproduttiva, e questo anche se … spesso le donne non hanno alcun diritto di scelta nelle questioni più intime”.

A ogni modo, diamo per scontato che nel XXI secolo l’identificazione donna=madre sia un (pre) concetto finalmente superato e che sia pacifico che una donna è una persona con propri progetti e questi possono tranquillamente escludere i figli. Do anche per scontato che essere madre non significhi mettere al mondo dei figli e che non si debba parlare di maternità piuttosto di genitorialità, perché chiunque voglia dei figli possa averli a prescinde da sesso, orientamento sessuale o identità di genere (a proposito #svegliaitalia!!!).

Resta però una domanda che mi faccio da un bel po’ prima di leggere Yehousha:  perché un uomo, una donna, a un certo punto della propria vita vuole un figlio?

Secondo la mamma di Nora è “per lasciare qualcosa di tuo al mondo”. Qualcun altro mi ha detto per “dare un senso alla propria vita”.  Non so, non ho una risposta. Ma confido nel quadretto fatto, peraltro, da un uomo.

Voglio un figlio perché mi incuriosisce poter vedere come una persona prende forma partendo da zero, senza conoscere nulla, trattando tutto – dal cucchiaio al capello – come una continua scoperta. Voglio vederla imitarmi per poi affrancarsi da me; voglio osservare il suo carattere modellarsi e le sue aspirazioni imporsi. Voglio un figlio anche per poter cambiare il mio punto di vista, le mie convinzioni, cambiare me stesso solo per l’amore che proverei per lui”.

Se non è una risposta, quanto meno è un buon motivo.

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