La maternità tra diritto e dovere

24
mar
La maternità tra diritto e dovere

Una parola di troppo e padri, mariti o fratelli che fossero si arrogavano il diritto di metterti a tacere ricacciandoti in cucina. Accadeva ieri a figlie, mogli e sorelle. Che la moderna architettura abbia rivoluzionato le cose? Unica zona living, niente più muri e mandarci in cucina diventa difficile!

“Faccia la mamma” tuona oggi la voce di qualcuno col chiaro intento di relegare in un cantuccio chi non sta al suo posto. Dopotutto “fare la mamma è la cosa più bella che possa capitare ad una donna” a suo dire, come se la maternità rappresentasse la realizzazione di ogni desiderio del “gentil sesso”, come se non potessimo aspirare ad altro… ed ecco il prode cavaliere sacrificarsi per difendere il diritto alla tutela dell’aspirazione massima della gentil donzella.

Stesso intento, modalità diverse: richiamo al dovere ieri, invocazione di un diritto oggi.

Dal concepimento in poi ogni futura madre vedrà limitata la sua libertà di scelta. Benessere fisico e psicologico di una donna poco importano difronte al diritto del nascituro. E la tutela della maternità diventerà un motivo più che valido per tenerla lontana dal lavoro per cinque mesi: col congedo di maternità, a suo tempo astensione obbligatoria, la si costringerà ad esercitare quello che viene definito diritto ma che in sostanza è un dovere. Sarà costretta a lasciare il lavoro un mese prima del presunto parto se medici e datore di lavoro non avranno nulla in contrario, altrimenti sarà a casa già due mesi prima anche quando sarebbe  in grado di continuare a svolgere regolarmente le sue mansioni, e continuerà a restarvici altri tre o quattro mesi dopo il parto. A quale costo? Forse vedrà svanire anni di duro lavoro per un avanzamento di carriera o perderà un’occasione importante, quella che si presenta una sola volta nella vita; quel che è certo è che all’improvviso sarà catapultata in un altro mondo, fatto di poppate e pannolini. Ce la farà?… Perché non sempre essere mamma è l’aspirazione massima di una donna, non sempre si ha la forza di tollerare la tirannia di un lattante e l’amore materno può non bastare a  superare lo stress psicologico a cui un neonato sottopone. Ancora sorrido pensando alla prima volta che mio marito chiamò la pediatra: “il bambino piange spesso” le disse. “è normale” rispose lei. Fu ben lieto di tornare a lavoro l’indomani.

La maternità è un’esperienza forte, intensa, emozionante ma nel passaggio da donne a madri perdiamo sempre qualcosa, qualcosa che va al di là della spensieratezza di chi non ha il peso di badare o provvedere ad altri, della libertà di chi nel decidere della propria vita sa che ciò non si ripercuoterà su quella altrui, e che riguarda ogni genitore sia esso padre o madre. Costrette all’esercizio di un diritto che va oltre il potere di agire per un proprio interesse o la facoltà riconosciuta ad una soggetto di tutelare la propria posizione, sarebbe opportuno prendere in considerazione l’idea di pensare alle lavoratrici madri oltre che alle madri lavoratrici. I profondi cambiamenti sociali degli ultimi decenni richiedono un riadattamento normativo, pur essendo state  certe leggi fondamentali per il cambiamento stesso: se le norme a tutela della maternità hanno giocato un ruolo determinante nell’inclusione delle donne nel tessuto produttivo del nostro paese, continuare a parlare di maternità piuttosto che di genitorialità in termini di tutele costituirà sempre un pretesto per chi vorrà spingerci in un angolo quando la nostra presenza risulterà un tantino ingombrante.

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