Chi può se ne va. Ma chi resta? Donne e lavoro nel Sud Italia.

06
apr
Chi può se ne va. Ma chi resta? Donne e lavoro nel Sud Italia.

La SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), nel suo “Rapporto 2015“, evidenzia come il tasso di disoccupazione nel Sud Italia sia il più alto degli ultimi 15 anni. Si è tornati a un livello occupazionale pari a quello di 40 anni fa.

“Dall’insieme dei dati emerge con evidenza che la questione femminile nel mercato del lavoro italiano ha essenzialmente una connotazione territoriale. Il tasso di attività femminile vede l’Italia ancora in fondo alle classifiche dell’Unione, per il peso delle regioni meridionali che, occupano gli ultimi posti nella graduatoria delle regioni europee. Gli andamenti si sommano [... ] ad una condizione strutturale particolarmente allarmante per il Mezzogiorno [...]. Il dato davvero senza paragoni è quello delle giovani donne: tra i 15 e i 34 anni sono occupate al Sud appena una su cinque (il 20,8%), oltre 20 punti in meno del Centro-Nord e 30 dell’Europa”.

Nella regione Puglia (dove vivo), il tasso di disoccupazione maschile è pari al 19,1% mentre quello femminile è del 25,4%.

I dati Istat fanno emergere inoltre come le donne siano discriminate anche a livello retributivo, una neo mamma su tre lascia il suo posto di lavoro e tra le pensioni “rosa”, il 52,8% è sotto i 1000 euro.

Cresce il lavoro in “nero”, il lavoro sottopagato, si pensi che a un full time può corrispondere una retribuzione di 600 euro mensili; questi sono dati che fornisco io!

E allora che fare, in un paese, in un Sud che non offre molte prospettive se non quella di essere relegate al ruolo di casalinga senza essere retribuite, anzi dovendo pure pagare un’assicurazione infortunistica che risarcisce solo i danni causati dagli incidenti domestici di una certa gravità: se l’invalidità permanente subita è pari o superiore al 27% o in caso di decesso?!

Chi può se ne va. Ma chi resta?

Ci si reinventa, si cerca di aprire una piccola attività in proprio (con tutti i rischi che ne possono derivare) e ci si rimette in gioco.
Qui a San Giovanni Rotondo, molte donne hanno aperto negozi di abbigliamento, cartolerie, profumerie.
Si sono create un’occupazione che altrimenti non avrebbero mai trovato. Sono donne giovani e non, per la maggior parte con famiglia o in procinto di metterne su una.
Si sono indebitate, hanno fatto e fanno molti sacrifici ma la loro voglia di “farcela” è più forte delle avversità.
Tra loro c’è anche mia cognata che a 40 anni (non li dimostra!!!), dopo aver avuto quattro figli (sono tutti ancora piccoli), un paio di mesi fa ha aperto una sua attività: un negozio di scarpe.
Dopo sette anni in cui a causa delle maternità è rimasta fuori dal mercato del lavoro si è “reinventata”.

E a lei e a tutte le donne che, nonostante i numerosi “no” che si sono sentite dire ai colloqui di lavoro in quanto donne, non hanno mollato, va tutta la mia stima.
A tutte le donne che “in punta di piedi” si affacciano o riaffacciano al mondo del lavoro creandosi un loro percorso, una loro attività, dovrebbe andare tutto il sostegno di un paese che solo a parole investe nelle pari opportunità ma che nei fatti resta maschilista e arretrato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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